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Intervista a Alma M. del 15/04/2010

1) Le chiedo innanzitutto un po' di dati anagrafici: quando e dove è nata...

R.: "[Mi chiamo] Alma M. e sono nata il 13 - 4 [aprile] del 1939, a Zara."

2) Mi parli un po' della sua famiglia di origine: quanti eravate, che mestiere facevano i suoi genitori...

R.: "Ah, noi... Mio papà era geometra al comune di Zara, poi avevo una sorella che è rimasta in Croazia e sta ancora lì... [Era] la più vecchia, che si è innamorata là di un ingegnere e l'ha sposato. [Poi] c'era mio fratello Leo, che è scappato, e che era studente del liceo, all'ultimo anno di liceo, che è scappato con la barca a remi ed è andato a finire a Porto Recanati. [Solo] dopo quindici giorni abbiamo scoperto dove si trovava, e da là è andato a Frosinone, a Latina e da lì è andato in Australia, mentre noi dovevamo ancora arrivare. E poi [c'era] mio fratello Duccio, che lavorava qui alla Fiat, era quadro Fiat e io. Noi quattro eravamo."

3) E sua mamma era casalinga?

R.: "Mia mamma casalinga. Mio papà, come le dico, lavorava come geometra al comune di Zara. E siccome la città era tutta distrutta, ai fratelli di mio papà gli hanno dato lo svincolo per venire mia, invece a mio papà non lo davano perché avevano bisogno di lui, perché le strade erano tutte una rovina e non avevano un tecnico adatto a controllare i lavori. E così insieme a mio papà siamo rimasti sempre lì. E quando mio fratello è scappato con la barca a remi, per quindici giorni non sapevamo che era vivo, [non sapevamo] niente. E dopo [la fuga] di questo mio fratello, l'Udba - che sarebbe la polizia segreta di loro [degli jugoslavi] - ogni giorno portava in ufficio [mio padre], lo maltrattavano perché erano convinti che mio papà era al corrente che il figlio andava via di casa. Invece lui è scappato a marzo e doveva dare gli esami di maturità a giugno."

4) Mi diceva che a suo padre non veniva concessa l'opzione...

R.: "No, perché avevano bisogno di lui come persone, capisce? "

5) Quindi la concessione dell'opzione non era automatica per tutti...

R.: "No, no. Infatti io adesso ho trovato una foto dove io saluto mio zio [cha parte], il quale era un'artista che faceva le barche a vela, e siccome con le barche scappavano lo hanno messo in prigione sei mesi, convinti che lui preparava le barche per scappare, capisce? Però lui dopo che è uscito dal carcere è andato via, è andato a Novara con tutta la famiglia e dopo a Genova."

6) Ora le faccio una domanda sulla sua città, Zara. Lei la ricorda, riuscirebbe a descrivermela?

R.: "Io ricordo i bombardamenti di Zara, anche perché se lei vede le foto, vede che Zara era distrutta come Dresda, è la seconda città più distrutta in Europa con Dresda. E allora io mi ricordo delle bombe attorno alla nostra casa, che noi vivevamo in riva al mare e naturalmente tanta gente veniva a rifugiarsi nelle nostre cantine, anche perché mio papà, nella strada che andava proprio in riva al mare, dove c'era la colonia agricola dei ragazzi che venivano a fare il bagno, aveva fatto -proprio sotto la strada - un bunker dove noi scappavamo sempre sotto i bombardamenti. E mio ricordo una mattina quando hanno suonato [dato il segnale] che possiamo uscire da questo bunker, io ero in camicia da notte chiara con dei fiorellini, e questo me lo ricordo come adesso, e avevo cinque o sei anni. Quello me lo ricordo. Poi] mi ricordo di mia sorella che era una balilla e di mio fratello, quello lo ricordo, ma poco, perché io ero la terza e invece loro erano più grandi di me. Invece mio fratello è nato poi durante il bombardamento, fuori casa. Mio fratello è nato in una baracca, nel 1944 in una baracca."

7) E questo perché voi eravate sfollati?

R.: "Sfollati, sfollati dalla casa: siamo andati in un campo dove c'erano delle baracche e mio fratello è nato proprio in una baracca. Questo fratello che abita qui a Torino."

8) E invece dal punto di vista dell'attività economica Zara che città era?

R.: "Mio papà era impiegato, però era anche maestro d'arte, faceva lezione in una scuola industriale e poli era vigile del fuoco, era maresciallo dei vigili del fuoco, e allora si tirava avanti abbastanza... Male si tirava [avanti], però mio fratello è scappato e ha detto alla mamma - ma dopo lo diceva -: mamma, io sono andato via perché volevo che tu mi lasci la cena e non che io inizio a mangiare, voleva mangiare! Poi lui, poverino, era un ragazzo molto sportivo e aveva bisogno di mangiare, e lui aveva proprio la fame! Che noi una volta siamo andati da un mio zio, il fratello di mia mamma, che era contadino, che loro stavano bene, [dalla parte di] mio papà no, [dalla sua parte] erano piuttosto tutti impiegati e invece da parte di mia mamma erano benestanti di terre, ma poveri, poveri perché c'era la guerra. E noi siamo andati a trovare mio zio con mia mamma e siamo tornati a casa, noi cinque, e lui [mio fratello] ha mangiato la cena di tutti e noi cinque, perché lui pensava che era la sua! Tanto per darle un esempio... E mia mamma se la cavava un po', ha venduto tutte le lenzuola, avevamo tante cose belle, perché mia nonna da parte materna aveva un bel negozio e allora si vendevano le cose. Per mangiare, che poi si comprava tutto al mercato che arrivava tutta roba americana, che una volta mio fratello - quello che è scappato - andava ancora a scuola e mi aveva detto: c'è un somaro che mi correva dietro perché voleva mangiarmi i pantaloni perché sembravano di paglia, di fieno... Però noi, insomma eravamo vestiti perché mia madre sapeva già cucire un po' bene. E poi mia zia, una sorella di mia mamma era già a Varese - anzi no, a Monselice - e allora lei, poverina, ci mandava mezzo chilo di pacco: ci mandava una scarpa oggi, e poi dopo un mese o due veniva [arrivava] l'altra scarpa, e così, finché la siamo andati via avevamo qualche cosa. E poi quando siamo andati via per pagare il biglietto e pagarci un pigiama a testa, [i miei genitori] hanno venduto la casa vecchia, [quella] dove siamo nati."

9) Le chiedo ancora una cosa su Zara. Da un punto di vista demografico era una città italiana in una enclave, se possiamo dire, croata...

R.: "Io sono l'unica che sono andata a scuola croata, perché ero [abitavo] un po' fuori dal centro, vicino al mare, ed ero la più vivace, e mia mamma dice che aveva paura a farmi andare da sola a scuola. E poi tre volte l'hanno chiusa e poi riaperta la scuola italiana, e allora mia mamma diceva: questa qui è meglio che comincia subito con la [scuola] croata. E invece i miei fratelli hanno cambiato tre volte scuola, [prima] italiana, poi croata, poi si chiudeva l'italiana... Poi per fa la comunione, di nascosto sono andati nel tunnel del duomo, tutto così era..."

10) Parliamo, mi scusi, ancora un attimo della distribuzione della popolazione a Zara...

R.: "Eh, i confini di Zara sono piccini... C'era Bibigna che era otto chilometri, ed erano croati, si andava anche a piedi... La città erano tutti italiani e le isole erano tutte croate, anche perché sono poi state tutte occupate."

11) Posso chiederle com'erano i rapporti tra italiani e croati?

R.: "Mah, erano gente che venivano tutti dall'interno, che noi li chiamavamo blai, che sarebbe morlacchi... Quello lì era ignorante, poverino, veniva in città anche a vendere o a comprare qualcosa: non era gente cattiva, però a noi personalmente, dopo la guerra e io lo ricordo bene, a me dicevano: tu sei figlia di fascisti e a te niente. Per tante cose ci maltrattavano perché eravamo italiani, ma non tutta la popolazione, quelli che erano nel governo."

12) Ma in che senso vi maltrattavano?

R.: "Ah, io mai dimenticherò... Io vado anche adesso a Zara, e ora è morta -pace all'anima sua!-, ma c'era una sorella di una mia zia, una mia zia acquistata, che lei mi ha mandato fuori dalla fila che con la tessera andavo a prendere da mangiare. Mi diceva: tu sei figlia di italiani, via da qua! Non mi davano neanche la tessera a me. Ma quella son gente che sono entrati nella politica durante la guerra, e poi dopo sono italianissimi più di me adesso, perché hanno tutti la pensione italiana! Eravamo a scuola guardati male, ecco. Mi ricordo che un giorno mia sorella è venuta a casa piangendo; lei non era una grande studentessa, era più brava come pratica, a lavorare, però lei è venuta a casa che aveva preso un brutto voto e il professore l'aveva sgridata - faceva le medie allora - perché ha detto che non sapeva pronunciare com'era [come si diceva] gallo [in croato]. Non sapeva che il gallo era kokot come chiamano in croato e, poverina, è venuta a casa piangendo [dicendo] che le hanno dato un brutto voto e l'avevano maltrattata perché non sapeva la lingua. Ma noi parlavamo sempre italiano a casa. Mia mamma parlava un po' albanese, perché nella sua frazione parlavano albanese, in casa, ma noi abbiamo sempre parlato il nostro dialetto zaratinmo. Però no, a me non mi trattavano male, hanno trattato male mio papà, perché mio papà era in un posto di potere e anche in un posto di... Non lo so... Mio papà, non so perché lo trattavano male, me io penso, più di tutto, per la mancanza di mio fratello... Anche perché a mio papà gli hanno ucciso dodici parenti, no fratelli, cugini: dodici della famiglia di mio papà, del mio stesso cognome, sono spariti! Una maestra, nostra [parente], la Matilde, lei l'hanno trovata in mare con tutti i vetri, neh! Buttata in mare e piena di vetri...Un altro [è stato] il papà di Italo, poi il papà di Giuliana... Tutti i parenti di mio papà sono stati dispersi, non si sa che fine hanno fatto... Poi uno han detto che si era fatto un'altra famiglia e non si sa che fine ha fatto... Si parlava, sa... Mio papà era una famiglia conosciuta... E pensi che dopo due anni che siamo usciti [partiti], mia sorella aveva già il bambino e io avevo conosciuto già lui [si riferisce al marito presente al momento dell'intervista], siamo andati a Zara e mio papà lo ha chiamato sempre l'UDBA e in ventiquattro ore ci hanno mandato via, quello me lo ricordo sa? Due anni dopo... Noi abbiamo ottenuto il visto [perché] volevamo andare a vedere il bambino che era nato da mia sorella - ad agosto siamo andati, appena arrivati a Torino - e ci hanno mandati via. Mio papà era molto maltrattato."

13) Prima parlava di sua sorella e suo fratello balilla. Posso chiederle cosa ricorda o cosa le hanno raccontato del periodo fascista?

R.: "No, niente, niente... Mio fratello e mia sorella li ricordo, perché dovevano essere balilla tutti, il periodo era quello... Però mio fratello era contento, andava felice, quello mi ricordo, ma vagamente... Nessuno era fascista, ma tutti fascisti, ma perché era il periodo!"

14) Quindi non ricorda nulla...

R.: "Noi a casa siamo cresciuti, ma senza odio: un po' anche perché mi sorella ha sposato già un croata che era un croato eh, forte anche! Una bellissima persona, però era anche uno che ci teneva a loro e allora dovevamo anche stare attenti. Però noi siamo cresciuti senza odio, senza rancore. E difatti noi andiamo sempre, non abbiamo fatto nulla di male e andiamo volentieri, però mio papà e noi, in famiglia, siamo cresciuti che andavamo tutti gli anni ai raduni, ai raduni giuliano-dalmati, andavamo ogni anno, e lì bastava che noi andavamo e maltrattavano mia sorella e mio cognato."

15) Ma questo chi, scusi?

R.: "Eh, gli slavi, perché oramai erano loro [che comandavano]. E questo perché mio papà e noi, [insomma] la famiglia, frequentava gente che parlava male di loro. Male... Cioè dicevano Zara è nostra, [cantavano] le canzoni, sa, la nostalgia... E la nostalgia si parlava sempre, si cantava Oh bella mia patria... E quelle cose lì venivano poi riportate da qualcuno che era in mezzo a noi, anche."

16) Della guerra ha detto di ricordare i bombardamenti...

R.: "Solo i bombardamenti e le fosse attorno alla nostra casa, che mio fratello aveva quattro o cinque schegge in testa, quello mi ricordo. Le fosse scavate dalle bombe, quello mi ricordo. Poi mi ricordo sempre quella mia zia, che era il giorno di ferragosto e noi siamo andati tutti alla fiera della Madonna del 15, proprio nella loro zona, e c'era un mio cugino, Romano, che lui era del '36 quindi aveva qualche anno più di me. Mi ricordo che piangevano tutti e che mia mamma diceva che questo mio cugino non si trovava: poi l'hanno trovato appeso ad un albero senza testa. E questo mi ricordo come [se fosse] adesso, ma ricordo anche che i miei piangevano, piangevano tutti - io non l'ho visto - per sto ragazzo, capisce? Ecco, quello mi ricordo: è esplosa una bomba, lo ha scaraventato dietro a una pianta ed è rimasto senza testa."

17) Le chiedo ancora una cosa sul periodo delle guerra. Prima, diceva che sua madre aveva venduto tutto pur di procurarsi del cibo. A Zara, le chiedo, c'era borsa nera?

R.: "E certo, certo. Cioè borsa nera no, perché a Zara c'era la dogana e non si poteva prender niente. Però venivano i contadini dall'interno, ti offrivano un pacco di farina, un po' frumento per mangiare e noi [in cambio] le davamo la roba: la roba più bella è sparita così, ma cose belle eh! Purtroppo... Noi dopo siamo rimasti senza niente, avevamo la casa."

18) Lei ricorda l'ingresso dei titini a Zara?

R.: "No, io mi ricordo solo quando hanno occupato la zona istriana, la Zona A e la Zona B."

19) E cosa ricorda?

R.: "Io mi ricordo che davanti all'ingresso della casa avevamo due bei leoni e sono venuti e ce l'hanno martellato e i leoni sono rimasti senza testa, ecco. E in città alle porte di Zara [è accaduto] lo stesso e sono tutti corsi ad andare a vedere che hanno distrutto i leoni della porta centrale. Questo mi ricordo. Io mi ricordo questo, era il '44... Sa che c'erano i tedeschi allora, e da mia mamma volevano sempre la divisa, perché mio papà faceva il vigile del fuoco e aveva una bella divisa. Sono venuti e volevano a tutti i costi la divisa di mio papà. Che alla divisa mancavano dei bottoni e allora mia mamma, poverina, con quattro là con il mitra [puntato] doveva cucire i bottoni ai tedeschi. E invece, sempre i tedeschi, son venuti da noi e volevano la radio. E noi [gli dicevamo] che non avevano la radio, [invece] l'avevamo e mia mamma l'aveva nascosta sotto il letto di mio fratello. A un certo punto mio fratello si è messo a piangere, e allora mia mamma ha detto [ai tedeschi]: ecco la radio! Come per dire è lui la mia radio! E allora loro sono andati via pensando che la radio era il bambino, e invece non era [così]. Poi io mi ricordo ancora questo, sempre però dopo la guerra. Vicino a noi hanno costruito tante case per gli ufficiali dell'aviazione e c'era una nostra amica, una maestra, zaratina, che ha sposato un ufficiale mussulmano e aveva due belle figlie, e lei a me pregava sempre di portargliele in chiesa. Suo marito era in missione a Londra. Io avevo dodici anni e mi diceva: me la porti Alma in chiesa? E allora io le portavo le bambine in chiesa, qualcuno lo ha scoperto e ha detto che io portavo queste bambine in chiesa. E allora mi hanno chiamato, una settimana, sempre l'Udba - avevo dodici o tredici anni - e volevano sapere da me, bambina, se sono loro, i genitori, che mi impongono di portare le bambine in chiesa, oppure se sono io [a volerle portare]. Insomma, volevano sapere e mi ricordo che sa quando fanno quelle interrogazioni [interrogatori] alla televisione? Mi davano un bicchiere d'acque e continuavano a tormentarmi e mio papà era fuori. E volevano sapere. E io dicevo: no, no, sono io... Lei è una nostra amica d'infanzia, le bambine vengono a casa nostra e le bambine le porto io, nessuno mi dice di portarle. E' andata bene che mi hanno creduto, ma tutta la settimana ogni giorno mi chiamavano lì e fare queste interrogazioni e mi domandavano come fossi una da andare in carcere, una delinquente, perché portavo le bambine in chiesa. Questo si, mi ricordo."

20) Mi ha parlato di chiesa...

R.: "Eh si, la chiesa era un problema..."

21) Mi spieghi...

R.: "Allora, mia sorella si è sposata in chiesa, però mia sorella si è sposata di nascosto in chiesa."

22) E perché?

R.: "Perché lui era nel partito... Mio cognato è andato militare, e lui essendo militare era nel partito comunista. Perché anche se uno non voleva, quando entravi a fare il servizio militare dovevi iscriverti al partito comunista: come dicono del [partito] fascista, così era per il [partito] comunista. Mio cognato era iscritto e lui non poteva sposarsi in chiesa, perché se no perdeva il lavoro, e allora mia sorella si è sposata di nascosto. E poi ha avuto i bambini e li ha battezzati sempre [di nascosto]: c'era un vento che portava via, la bora, e noi siamo andati di nascosto in chiesa a battezzare i bambini, perché non si poteva. Ma dopo... Adesso vanno troppo, adesso son diventati all'estremo!"

23) Lei prima mi parlava di code nei negozi per prendere da mangiare nella Jugoslavia del dopoguerra. C'era molta povertà?

R.: "Tanta povertà, non c'era roba, non arrivava la roba! Per prendersi un paio di scarpa da ginnastica che arrivavano da Bata si faceva la coda dalle 4,00 del mattino e poi arrivavi a mezzogiorno e non c'era più il tuo numero! Guardi che ho fatto io la coda! Poi il mangiare... Già ancora nel '57 lo ha visto lui [mio marito], perché arrivava il detersivo e tutti noi dovevamo andare in coda, di fretta, per il detersivo, perché altrimenti non c'era. E allora mia sorella mandava anche le amiche, tutti in coda per un detersivo. Ma questo dopo la guerra, eh... No, no, mancava tutto, mancava tutto! Come le dico, noi eravamo una famiglia che ancora si stava bene: chi aveva terreni, case e poderi se la cavava. Noi non avevamo la terra, avevamo una casa e dietro la casa un giardino come questa stanza e certamente non potevamo coltivare niente. Si beveva acqua e aceto, eh! Questo me lo ricordo... E noi avevamo la radio Marelli, e per avere la radio Marelli, venivano cinque, sei o dieci [persone] di sera ad ascoltare la radio."

24) Prima mi parlava dei suoi parenti spariti, come i Luxardo, per intenderci...

R.: "Io i Luxardo li conosco perché vengono anche ai raduni, ma son gente ricca."

25) Loro sono morti nelle acque dell'Adriatico. A Zara come sparivano le persone?
R.: "Come le ho detto: li portavano via nella barche. Questa mia cugina maestra, era una maestra che insegnava nella scuola italiana e l'hanno portata via. Una mattina sono venuti a prenderla, l'hanno portata via e non abbiamo più scoperto [nulla di lei]. Dopo qualcuno ha visto che l'hanno trovata in mare. Così, da noi sparivano senza foibe, li portavano via e non si sapeva che fine facevano. Dopo erano morti... E, come le dico, un parente di mio papà, uno zio, lui hanno detto che lo hanno trovato a Napoli che si è fatto un'altra famiglia, mentre la moglie con i suoi figli era a Brescia in campo con noi."

26) Secondo lei cosa stava alla base di queste sparizioni?

R.: "Eh, l'odio, l'odio, perché non volevano avere da fare con gli italiani. Noi eravamo italiani, capisce? A scuola io mi sentivo italiana, io ho sempre parlato italiano e non potevo dire che son slava. Anche adesso, sa? Mio marito, per scherzo, mi dice: guarda i tuoi paesani... Mi viene un nervoso! Per me è troppo! Io ho visto tanta gente che per avere interessi, per avere danni di guerra si son fatti la doppia cittadinanza e a me mi fa schifo, mi fa il nervoso! Mio zio, quello che sta a Genova, lui ha due figli che sono capitani della Costa Crociere, e lui è andato ogni tanto in giro con il figlio e lui a Dubrovnik non voleva uscire [dalla nave] per non sporcare il passaporto. Vede come eravamo italiani noi? Ci sentivamo italiani. Mio fratello, quello che è andato in Australia, è andato là ed ha sposato una di Zara, croata, che era di famiglia piuttosto croata - anche se il padre aveva la pensione italiana e quello mi pesa - e lui ha fatto la cittadinanza anche croata perché il padre di lei ha lasciato la casa, e allora per avere diritto ha fatto così. E mi fa, a me: Alma perché non lo fai? Ma neanche per sogno! E anche mio figlio [me lo dice]: mamma perché non fai anche te la doppia cittadinanza? No, no, io non la cambio! Io ho sempre parlato italiano, vado da mia sorella e continuiamo a parlare italiano e coi miei figli parlo croato solo quando devo andare in un negozio, se no no. E' rimasto nel mio DNA."

27) Parliamo ora del suo viaggio, della sua partenza da Zara. Quando parte?

R.: "[Parto] nell'agosto del '55. "

28) Prima di parlare della sua esperienza vorrei sapere come ricorda Zara durante gli anni dell'esodo...

R.: "Tutta distrutta. Noi poi ogni esodo andavamo alla riva tutti. C'era tanta tristezza a veder sta gente con sti pochi bagagli, con queste valige scarse che si partiva, e tutti piangevamo ed eravamo tutti tristi. Questo mi ricordo, delle grandi navi [con la gente che diceva] ciao, ci vediamo. Era triste. Io le dirò un'altra cosa: quando noi siamo venuti in campo profughi a Udine, che mio papà aveva tanti amici, ma tutti personaggi abbastanza grossi, che da Trieste ci hanno mandato a Udine otto giorni. [Ebbene], quando papà ha visto che avevamo questa cameretta con le coperte e dall'altra parte fumavano e appoggiavano il portacenere sul muretto, lui ha detto a mia mamma: maledetta che hai insistito guarda dove ho portato i miei figli!"

29) Perché sua mamma voleva andare via...

R.: "Perché mia mamma voleva venire di via di più, perché vedeva che mio papà era maltrattato. Poi mia mamma ha voluto venire via per noi figli, perché l'altro figlio era già scappato e l'altra mia sorella mia mamma diceva questa vuol sposarsi qua e lasciamola qua. Però mia sorella ha perso tanti pretendenti, anche perché mio papà voleva che andassimo via sempre tutti insieme. Però forse è stata anche una fortuna, perché noi quella casa mio papà l'ha intestata a mia sorella... Eh, anche la casa... Siccome la casa era grande ed era ancora da finire, mia sorella non poteva abitare da sola col marito in quella casa, e allora doveva prendere un'altra famiglia, croata. Allora mio cognato da Spalato - che lui era di Spalato - ha portato lì i genitori e un fratello, geometra, e vivevano in casa con mia sorella. A mia sorella era andata anche bene, perché dopo lavorava e tutto, però era obbligata a mettere altra gente nella casa nostra."

30) Mi diceva che durante gli anni dell'esodo Zara era una città che si svuotava...

R.: "Ah, tutta. Ogni giorno, ogni settimana partivano, ogni settimana. Non c'era il telefono come adesso, quindi tanti scrivevano: [c'era] chi scriveva dopo quindici giorni o venti, chi si lodava... E forse siamo stati anche un po' imbrogliati, sa? Perché la gente pur di andare via si sentiva libera, e invece se tutti restavamo anche là - si fa per dire - ma noi si andava via. Noi si andava via perché noi tutti, anche i miei fratelli, io ho gente dappertutto. Poi c'era da esempio mio zio che era della Repubblica di Salò. Lui era un delinquente, lui è andato via subito, era già via, non c'era. Noi non l'abbiamo mai visto, io non l'ho visto più. Mia mamma e mio papà sono andati in Australia da mio fratello e si son fermati da lui in Costarica. "

31) Quindi il suo zio che stava nella Repubblica di Salò è andato in Costarica...

R.: "Si, si, in Costarica".

32) Mi ha detto di essere partita nel '55. Posso chiederle come mai la sua famiglia ha deciso di partire?

R.: "Ma la nostra partenza era già [programmata] dal '44 in poi, solo che mio papà non lo lasciavano."

33) Ecco, ma quali sono stati i motivi che vi hanno spinto a partire?

R.: "Eh perché volevamo andare in Italia, perché per noi l'Italia era la salvezza. I croati noi non li volevamo, non volevamo stare più là. [Poi siamo partiti] perché partivano tutti e partivamo anche noi, una massa."

34) Quindi c'è stata una molla psicologica che spingeva a partire vedendo andare via anche gli altri?

R.: "Certo, certo! Partivano tutti e uno dice: ma come, vanno tutti via, la città è tutta distrutta e cosa faremo qua? Mio fratello Leonardo, Leo, con la carrozzina del fratello andava nelle rovine a cercare un po' di legna per scaldarsi, perché non c'era il riscaldamento, c'era la stufa. E allora lui poverino andava a cercare la legna e ha perso tutti i denti perché la carrozzina, poverino, le ha dato il giro! Tutti siamo andati via, quasi. Son rimasti in pochi, e quei pochi che son rimasti si sono adattati e poi sono arrivati tutti gli altri e hanno occupato le case nostre. Case nostre! E poi se ne sono impossessati. Tant'è vero che noi abbiamo venduto la nostra parte, la casa vecchia, perché non avevamo soldi per venire via. Mio papà l'aveva venduta a un maestro, ma un maestro furbo, che la parte di mio zio, dei nonni miei paterni, si sono impossessati di tutta la casa, capito? Quando poi dovevano vendere, al catasto risultava tutto suo, capisce? Ma sapesse anche quanti soldi hanno speso i miei zii e le mie cugine per aver diritto alla casa! Poi a mio papà non gli importava più niente: noi abbiamo una tomba a Zara eppure mio papà son qui a Borgaro [Torinese] tutti sottoterra!"

35) Mi accennava a come suo padre avesse fatto domanda di opzione fin dal 1944 e di come la concessione della stessa sia stata molto lunga. C'è un bel libro di Marisa Madieri, Verde Acqua, fiumana, nel quale lei racconta di come la sua famiglia, dopo aver fatto diritto di opzione, fosse di fatto stata boicottata dalle autorità jugoslave che fecero perdere il lavoro al padre, la casa e cose del genere...

R.: "No, a mio papà non gli è mancato il lavoro, perché avevano bisogno di un geometra per ricostruire le strade e le case. Loro avevano proprio bisogno, perché i fratelli di mio papà potevano andare e lui no."

36) Parliamo ora del suo viaggio: lei lo ricorda?

R.: "Ah, il mio viaggio è andato con la nave: siamo andati con la nave dal porto di Zara. Noi siamo andati con la nave, e da casa mia ad andare al porto c'era come da qui allo stradone [nel senso che era vicino], un quarto d'ora a piedi, non di più. [Siamo andati] a piedi, [c'era] tanta gente che mi salutavano, tutti piangevano, e poi ero ragazzina allora, avevo le simpatie... Le mie zie piangevano, perché mia mamma lì ha lasciato tre sorelle e un fratello, ma noi abbiamo viaggiato bene perché abbiamo viaggiato lungo il mare, che ho visto la costa dalmata per la prima volta, e siamo venuti a Trieste."

37) Cosa siete riusciti a portare con voi nel viaggio?

R.: "Niente, un baule, i cappotti tutti, i materassi e il pigiama. Niente, niente [altro]".

38) Arriva quindi a Trieste. E lì cosa succede?

R.: "A Trieste mio papà aveva ancora un fratello di quelli lì uccisi [dei nostri aprenti uccisi], un fratello della maestra [uccisa] e siamo stati da loro ventiquattro ore."

39) Quindi lei non è stata al Silos a Trieste...

R.: "No, no, noi il campo profughi l'abbiamo trovato solo a Udine."

40) Da Trieste e poi andata a Udine...

R.: "[Si], Udine, eravamo già indirizzati a Udine. A Udine siamo stati pochi giorni, otto giorni."

41) Me lo descrive questo campo di Udine?

R.: "A Udine era una caserma enorme, enorme. Eravamo tre famiglie di Zara, combinazione eravamo insieme, e ci siamo fatti coraggio l'uno con l'altro e basta. Facevamo la coda per andare a mangiare come facevano i soldati, come vede ad Haiti quando andavano a prendere [il cibo], e facevamo quella vita lì. Poi da lì siamo andati [via]. Siamo stati otto giorni ma non siamo stati male a me, devo dire la verità, piaceva Udine, come cittadina, una cittadina bellissima. Però dopo [da Udine] ci hanno mandato che siamo destinati ad andare a Brescia. Però a Brescia noi siamo arrivati di notte, di sera, che l'ufficio del campo profughi era chiuso. E in questo campo a Brescia abbiamo trovato tanta gente di Zara, tra cui anche una parente di mio papà, e allora questa Albina ha detto: dove vi porto? Perché lei non aveva posto, [era] vedova con tre figli in una stanza sola divisa con queste coperte...Allora hanno telefonato e han detto: andiamo in un dormitorio. Siamo andati in questo dormitorio con mio fratello che era ragazzino, faceva le medie, e ci siamo trovati in questa [situazione] che era la prima volta che la vivevamo in vita nostra: chi scorreggia di qua, chi russa di là - barboni, praticamente - ed è lì che mio papà ha detto a mia mamma: ma dove siamo venuti?! Però il giorno dopo abbiamo fatto amicizia subito con la gente, ma ci hanno mandato a Gargnano, sul Lago di Garda."
42) Quindi al campo profughi di Brescia lei non è stata...

R.: "Niente solo un giorno, niente. Avevo tante amiche ma niente, non sono stata. E a Gargnano siamo andati in una casa tipo Canada, bella, in legno. C'era la caserma grande [dove] c'erano russi, polacchi, di tutto, e c'era pericolo per noi ragazze, che [con noi] c'era anche un'altra ragazza più vecchia di me che siamo venute insieme. Siamo partiti già da Zara insieme e lui [suo marito] era un lavorante che lavorava con mio papà. E siamo andati in questa casa, una casa bellissima, una bella baracca con una camera da letto, una bella cucina, il bagno no, il bagno bisognava uscire come quando si va nei campeggi, però ci siamo trovati bene. Però mio papà, sempre tramite dei suoi amici, ha telefonato all'avvocato T., che è un nostro amico di Roma, e lui si è interessato per mio papà, e mio papà lo hanno mandato a lavorare a Saronno, insomma dopo Saronno, adesso non mi ricordo più. Lì ha trovato un lavoro, che un figlio di una sua cugina, un conoscente, lì faceva il muratore e gli ha detto se voleva andare a fare come capocantiere in questa ditta. E allora mio papà è andato là e noi siamo stati in campo. Però, nel frattempo, c'erano le case profughe, cioè che davano ai profughi a San Bartolomeo, a Brescia. E noi siamo stati fortunati: dopo quaranta giorni di campo a Gargnano - che il campo di Gargnano era bello perché era agosto, era pieno di tedeschi, si andava a fare il bagno [al lago], era bellissimo! - ci hanno dato un alloggio al quartiere San Bartolomeo a Brescia, e così siamo andati via dal campo. Mio papà ha firmato subito, perché ha detto: no, no, io non voglio che i miei figli stiano in campo [e siamo andati via]. E abbiamo rinunciato a tutti gli averi che ti dà diritto il campo, perché lì avevi non so quanti soldi al giorno e hanno dato l'alloggio. E mio papà lavorava lì. Nel frattempo hanno fatto le domande, e mio papà lo hanno mandato a Piombino, proprio nel comune. Nel comune perché lui da Zara passava direttamente, come italiano. Gli tenevano il lavoro, e mio papà è entrato al comune di Piombino. Ma lui diceva che io per andare a lavorare, se dovevo lavorare in qualche, a Piombino dovevo prendere il treno e non c'era niente, mio fratello doveva fare ancora le scuole e ha detto: come facciamo? E' stato là un anno, che le davano la casa e tutto, e nel frattempo un altro suo amico a Piombino, l'ingegner A. ha fatto di tutto e lo hanno trasferito qui a Torino, al Comune. Noi non abbiamo fatto campo tanto."

43) Meno male, mi viene da dire. Per quel poco di tempo trascorso a Udine, riesce a descrivermi la quotidianità della vita in campo?

R.: "A Gargnano, il campo era a Gargnano, Gargnano. A Udine era in città, proprio in città, che siamo andati noi in via Topo [a Udine] per i miei documenti e non mi sapevo più trovare. Era bellissimo, un bel campo: una caserma enorme con un grande giardino, non era brutto, era bello Udine. E lì era un campo di smistamento."

44) Un campo di smistamento, appunto. Posso chiederle quale fosse il principio che regolava i trasferimenti? Cioè con che criterio uno finiva in un campo piuttosto che in un altro?

R.: "Non lo so quello. Io so che quelli che erano [partiti] con noi a Udine son stati con noi, poi noi dopo siamo andati a finire a Brescia e loro a Caserta. Ecco, vede?"

45) E Gargnano, com'era?

R.: "Un'altra caserma enorme, più le case in legno dentro il cortile della caserma. E lì c'era croati, polacchi, più di tutto apolidi eh, c'e n'era! Tanti giovanotti che mio papà - io ero carina, ero giovane - aveva paura per me. Però era un bel posto. Gargnano era bello, eh!"

46) Prima mi parlava dell'assistenza. Si ricorda se ricevevate dei sussidi?

R.: "Sussidi... Fino a che eravamo a Udine ci davano da mangiare con la gamella e invece a Gargnano uno cucinava per conto proprio, [ognuno] aveva la sua cucina. E come sussidio ti davano un tot, ma noi siamo stati solo quaranta giorni. E poi una volta rinunciato al sussidio, noi siamo andati via dal campo che si pagava un poco di affitto e avevamo camera e tinello. Una volta che tu vai ad abitare fuori, non hai più diritto di niente. Noi così eravamo."

47) I campi, ad esempio penso alle Casermette di Torino, erano come delle città in una città, nel senso che erano dotati di servizi quali spacci, spazi ricreativi, scuole, ...

R.: "Tutto c'era... A Udine noi no, perché eravamo in agosto ed era tutto chiuso. A Gargnano era ancora d'estate e a settembre, come iniziava la scuola, noi eravamo già nelle case [a Brescia]. Perché mio fratello ha iniziato le medie, sempre a Brescia."

48) Parliamo di Brescia. Il Villaggio di San Bartolomeo me lo descrive?

R.: "Era fuori, fuori, dove c'è l'OM. Era un po' fuori, si prendeva il pullman e si andava in centro."

49) Una struttura simile, per intenderci, a Santa Caterina a Lucento...

R.: "Ecco! Case nuove, che noi le abbiamo proprio inaugurate, erano bellissime! E anche lì abitavano già il nipote di mia mamma, avevamo tanti parenti, [eravamo] tutti insieme e si stava bene. A noi è dispiaciuto venire a Torino, però mio papà voleva che venissimo a Torino."

50) Quando è arrivata a Torino?

R.: "A Torino siamo arrivati nel '58. Ho lavorato all'Upim di via Roma, mi hanno sistemato lì. Ma già a Brescia lavoravo all'Upim."

51) Vorrei chiederle, relativamente all'arrivo in Italia, come è stata l'accoglienza ricevuta dai bresciani, dagli udinesi e dai torinesi...

R.:"No, no... Certo, non era come adesso che c'è tanta gente qua adesso, eh...Certamente [dicevano]: ah, tu sei una profuga, avete i privilegi, quello c'era sempre, quello c'era sempre. E' facile per voi, siete profughi, avete tanti vantaggi... Ma non avevamo nessun vantaggio: l'unico vantaggio che mi ricordo che avevo è che mio papà, lavorando al comune di Torino, allora c'era la tessera del tram che potevamo andare gratis. Gratis, cioè pagava papà poco, per tutta la famiglia, che una volta c'era, adesso no. Tutta l'agevolazione che ho avuto è questa. Poi di pensione mi sembra che mi danno 30 Euro in più, o forse meno, non lo so."

52) In base alle molte interviste fin qui raccolte, credo si possa affermare come ci siano due grandi stereotipi legati agli esuli giuliano-dalmata: quello del profugo che ruba il lavoro e quello del profugo fascista. Le è mai capitato di trovarsi discriminata in base a questi elementi?

R.: "No, forse mio papà teneva di più al fascismo, forse perché era il momento, non so. Omissis Comunque..."

53) No, ma non intendevo chiederle una dichiarazione di voto! Volevo solo sapere se le fosse mai successo di essere discriminata come profuga fascista...

R.: "No, no, forse perché io son molto aperta, chiacchierona e generosa. No, io anzi, avevo un direttore all'Upim che mi adorava... Ecco, non ho mai fatto sciopero, e lui forse mi adorava proprio per quello, ha capito... Quello si, devo dire la verità, perché mi sembrava che una volta che ho un lavoro, che era una cosa santa, lo tenevo, capisce? Però anche allora era diverso il momento."

54) Mi ha detto di essere arrivata a Torino nel '58. Dove va a stare in città?

R.: "In corso Taranto, che ci son quelle case dei profughi. Due case dei profughi, che poi col tempo le hanno riscattate. Noi lì eravamo in affitto, perché un signore istriano, fiumano mi sembra, ce l'avevano dato. Loro erano professori, erano andati a Firenze, l'alloggio era libero e ce lo han dato a noi. Era in affitto."

55) Posso chiederle qual è stato il suo primo impatto con Torino?

R.: "Io lavoravo all'Upim, e mio papà era già a Torino e aveva già trovato la casa. Mio fratello per iniziare l'anno scolastico, per non perderlo perché mio papà ci teneva tantissimo, è venuto subito con mia mamma e mio fratello. E io son rimasta con un mio cugino fino a quando non mi hanno dato il trasferimento dall'Upim là a quella di Torino, da Brescia a Torino. Allora dopo ha inaugurato l'Upim di piazza Sabotino, ma prima ero in via Roma. Mio papà - quando sono arrivata - mi ha detto: se non ci siamo noi alla stazione prendi il tram - allora c'era l' 8 - e scenderai a Regio Parco. Io mi immaginavo Regio Parco... Chissà che parco trovo! Però son stata un po' delusa di sto Regio Parco! Era però una Torino pulita. Pulita e ordinata, poi dove che abitavamo noi era proprio bello. Era proprio periferia! Mio marito la prima volta che è venuto... C'era il cinema Zenit, e lui mi fa dove abiti che ci son le mucche? C'era una cascina, parliamo del '60. In mezzo ai prati... Mio marito mi fa: ma qui ci son mucche! Mi ricordo come adesso! Ma si stava benissimo. Ma io stavo bene dappertutto, guardi. Pensi che c'era un certo A., un dottore, che voleva poi farmi entrare in banca a Brescia, e mi aveva fatto fare tutti i documenti. Io non volevo, perché dicevo che vanno tutte le zitelle a lavorare là, e sono andata all'Upim. Poi dopo quando ho avuto i figli sono andata ancora a lavorare come bidella a scuola e mi son trovata bene. Io mi son trovata sempre bene, son sincera."

56) Posso chiederle come passava il suo tempo libero a Torino?

R.: "Ho conosciuto mio marito a ballare una volta e non son mai più andata! Andavo al cinema, noi andavamo tanto al cinema."

57) E frequentava solo giuliano-dalmati?

R.: "No, io avevo amiche dappertutto, avevo tante amiche. Però le dirò che tra di noi ci incontravamo spesso. I miei genitori andavano ai raduni oppure se no andavamo noi da loro [da amici giuliano-dalmati] o venivano loro da noi e c'era chi faceva le frittelle, chi lo strudel, satavamo sempre insieme, si."

58) Strudel, frittelle, quindi tradizioni alimentari mantenute anche in Piemonte...

R.: "Si, si, si: palacinke, strudel, frittole, merluzzo... Tutte cose nostre che continuiamo sempre."

59) Mi ha detto che torna spesso a Zara...

R.: "Ogni anno."

60) Ha nostalgia di Zara?

R.: "No. Ma sa cos'è? Noi il mare... Vede dove ci sono le macchine? Sono lontane in confronto al mare, capisce? Abbiamo la barca là e andiamo con la barca. Le isole le abbiamo a cinque chilometri, otto minuti di gommone e siamo là. E allora noi andiamo là."

61) E che effetto le fa?

R.: "Ah, mi piace andare, perché non è la nostalgia... Ho tante amiche che mi son fatta dopo, però ho amiche anche dell'infanzia, delle medie. Le trovo sempre, facciamo le foto, stiamo sempre insieme, però mio marito ha più amici di me!"

62) Ho capito. Le chiedo ancora una cosa che ho dimenticato di chiederle prima. Parlando dell'esodo mi ha detto quali sono stati i motivi che hanno spinto la sua famiglia a partire. Ora provo a ribaltarle la domanda, e cioè le chiedo secondo lei chi è rimasto come mai ha fatto questa scelta?

R.: "Perché avevano paura di lasciare la casa. L'egoismo della casa. Lui non ha sofferto, lui ha sofferto per la casa... Lui ha sofferto tanto per la casa. Ma i miei fratelli hanno più nostalgia: mio fratello questo [che abita a Borgaro] ha comprato un terreno e ha fatto una casa, ne ha presa una anche in città. Loro hanno più nostalgia. Forse anche perché io vado a trovare mia sorella, vado a trovare mio figlio, cioè non sto tanto a casa, capisce? Ho la nostalgia della mia città, non tanto, perché no conosci più nessuno, perché ho delle cugine vecchie come me, capisce? Però vado per mia sorella. Poi mi piace [andare] perché viene mio fratello dall'Australia, le mie cugine da Genova, le mie cugine da Milano, è un ritrovo. Io ho fatto l'altro giorno il compleanno, e le dirò che ho ricevuto venti telefonate; da Monaco, dall'Australia, mia figlio da Lugano, da Zara, da Genova, da Milano. Noi siamo tanto legati."

63) Quindi secondo lei chi è rimasto lo ha fatto per paura di lasciare tutto...

R.: "Si. Tanti anche per motivi politici, perché ad esempio già il papà della moglie di mio fratello in Australia non è andato via perché ha detto: poverino, son vedovo ho quattro figli piccoli e dove vado? Per dire... Sa, anche così... Le sorelle di mia mamma son rimaste tutte là, solo una è andata via con noi, a Varese. Che mia mamma erano quattro sorelle ed erano tutte là erano."