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"Tra i profughi giuliani", «Il popolo astigiano», 6 marzo 1947 del 06/03/1947

Oggi ho conosciuto una famiglia di profughi da Fiume che si è sistemata nella nostra città da pochi giorni. Sono stato invitato dal capo famiglia nella loro abitazione di fortuna: la moglie era seduta su di un povero divano ed appariva molto stanca, nei suoi occhi vi era ancora l'ombra della paura e del terrore. La donna parlava poco, sembrava avesse ancora paura a manifestare le sue idee, il padre mi offri una sigaretta slava, e prese a raccontare i fatti di una malvagia, selvaggia crudeltà, che farebbe rabbrividire il peggiore dei terroristi di guerra tedeschi. A Fiume regna il terrore, e la popolazione si appresta a lasciare il più in fretta possibile la città. Ovunque vi sono spie, e non si può uscire dalla città per nessun motivo. Anche la posta viene censurata, e se non garba ai titni non viene recapitata. La vita viene resa impossibile dalla mancanza di generi alimentari, e più ancora dalla paura di essere presi nella notte e di sparire misteriosamente. Le persone spariscono a Fiume con insistenza, e con ritmo matematico e costante. Qual'è la fine di questa popolazione? Quali sono i reati ad essi imputati? Forse perché sono italiani? Questi profughi non dimenticheranno certo le loro case e le loro terre consacrate dal sangue e dal sudore di migliaia di loro fratelli, e anche i figli dei loro figli si ricorderanno che furono cacciate da terre italiane, e l'odio verso gli usurpatori non si estinguerà col passare degli anni. Anche se quelle città venissero distrutte e poi ripopolate da gente straniera, lo spirito dell'Italia resterà su quelle terre e su quelle montagne aride dove trent'anni fa sacrificarono la vita seicentomila italiani. Tutti i profughi hanno molta fiducia nella solidarietà di tutti gli italiani. Noi promettiamo l'appoggio della nostra iniziativa, sicuri che effettivamente tutta la popolazione e specialmente gli abbienti, concorrano a soddisfare le loro giuste speranze. Possano essi trovare tra noi comprensione e conforto, e la sicura accoglienza del nostro popolo ricordi loro che il focolare della patria non è distrutto, ma arde ancora.