Banca dati del Partigianato meridionale

Introduzione

Premessa

Nel corso dei venti mesi della guerra di liberazione nelle formazioni partigiane piemontesi entrò una componente rilevante costituita da persone provenienti dai territori del sud Italia. La conoscenza di questa presenza, pur segnalata e riconosciuta nel corso della guerra e nel dopoguerra, è stata poco approfondita sia per quanto riguarda le effettive dimensioni assunte sia per le modalità con cui è entrata in rapporto con l'insieme dell'esperienza partigiana. Non sono certo mancati studi e percorsi, anche di notevole valore su singoli protagonisti o su gruppi di comune origine territoriale, ma è mancato un disegno di insieme per tante ragioni, in primo luogo per i problemi di documentazione e per le difficoltà di trattamento di grandi quantità di dati. Solo la costruzione del data base sul Partigianato piemontese in occasione del cinquantesimo della lotta di liberazione ha consentito di avvicinare questa realtà in termini diversi rispetto al passato. Da questa banca dati è venuta la conferma che la presenza di uomini e donne provenienti dal sud Italia è stata rilevante sia sotto il profilo numerico sia sotto il profilo della qualità dell'apporto fornito, per certi versi affine all'insieme delle formazioni partigiane, ma per altri non privo di tratti originali segnati da culture, modi di sentire, esperienze diverse a immagine di un'Italia allora più marcatamente differenziata nei suoi territori di quanto non lo sia ancora oggi.

Gli obiettivi del progetto

Il progetto di ricerca ha avuto come obiettivo primario la costruzione di un database per raccogliere in modo sistematico l'universo partigiano di origine meridionale attivo nelle formazioni piemontesi integrando le conoscenze quantitative, in parte disponibili, in parte da completare, con un apparato di biografie, che potessero restituire il profilo più completo possibile di alcuni partigiani.

Pertanto il progetto si è mosso in due direzioni, logicamente separate, ma convergenti per cui:
sul versante quantitativo è stato definito il numero dei partigiani di origine meridionale che operarono nelle formazioni piemontesi e più in generale nella resistenza piemontese, tracciandone un primo profilo e  individuando i caratteri specifici di questa presenza;
sul versante qualitativo, ha avvicinato e reso esplicite le molteplici forme con cui questa partecipazione si è realizzato attraverso un ampio repertorio di biografie.

Infine, facendo interagire le due dimensioni la ricerca ha fornito gli elementi necessari a elaborare un profilo complessivo dell'esperienza del partigianato meridionale.

Problemi di metodo. Fonti e ricerca storica

Dato il carattere nazionale della ricerca, che implica più operazioni in ambiti diversi sotto il profilo territoriale, sono state definite più fasi di lavoro:
in primo luogo è stato necessario ricomporre in una visione di insieme il fenomeno della partecipazione dei meridionali alla lotta di liberazione attraverso l'impiego di tre strumenti informatici:
1) il primo è costituito dal database a cui già si è accennato e che porta il titolo Partigianato piemontese e società civile ed è stato pubblicato sul sito di Istoreto [http://intranet.istoreto.it/partigianato/default.asp]. Esso è stato costruito dagli Istituti piemontesi grazie al sostegno della Regione Piemonte sulla base delle schede Riconpart (le schede preparate dalle Commissioni regionali istituite per il riconoscimento dei partigiani nel dopoguerra) in occasione del cinquantesimo della Liberazione. Su questo database sono state caricate 91 mila schede ed esso costituisce lo strumento principale che ha consentito di definire le coordinate generali dell'insieme del partigianato piemontese e sviluppare una serie di studi ad esso dedicati. Il database presentava tuttavia alcuni limiti che impedivano di sfruttarne a pieno le potenzialità: infatti alcuni campi (in particolare quello relativo alla professione e alla provincia di origine), per poter essere adeguatamente utilizzati ai fini della ricerca, hanno richiesto un importante intervento di razionalizzazione e "pulizia" che a suo tempo, per mancanza di risorse, non potè essere completato e che ora è stato compiuto con questa nostra ricerca.

Contestualmente è stato necessario costruire e rendere fruibili altri due database. Uno, che raccoglie  i dati dei partigiani attivi nelle formazioni che operarono in Val Sesia, nel Novarese, nell'Ossola, Cusio e Verbano e che vennero impiegate nella liberazione  di Milano, dove vennero smobilitate. Poiché la Commissione regionale lombarda adottò criteri e strumenti amministrativi in parte differenti da quelli usati dalla Commissione piemontese  è stato necessario rendere i dati congrui prima di collegarli alla banca dati pre-esistente.

Lo stesso lavoro è stato fatto sul  terzo database, che riguarda le formazioni piemontesi che operarono a cavallo dell'Appennino ligure piemontese e che nei giorni della liberazione scesero su Genova, dove vennero smobilitate, per cui l'operazione di riconoscimento dei partigiani venne compiuta dalla Commissione ligure.

La precedente banca dati del partigianato piemontese è stata così revisionata, aggiornata e implementata e al termine di questa ricerca risulta composta da 108.421 nominativi complessivi tratti dai fogli riassuntivi dei fascicoli personali, conservati presso l'archivio dell'Ufficio Riconpart, di pratiche esaminate dalle Commissioni piemontese, ligure e lombarda per l'accertamento delle qualifiche partigiane. Da questa banca dati generale risultano essere 7.922 i partigiani combattenti, patrioti, e benemeriti provenienti dal sud Italia e attivi nelle formazioni che operarono nel territorio piemontese.

2) La ricerca infine si è aperta alla definizione dei percorsi biografici di quei partigiani su cui fossero disponibili documenti e informazioni più ampi al fine di completare l'attività di approfondimento quantitativo con un parallelo lavoro di approfondimento qualitativo a cui si sono dedicati i ricercatori degli Istituti meridionali. L'obiettivo di questi ricercatori era quello, dopo una ricognizione della letteratura disponibile (testi, memorie, articoli di riviste e quotidiani fino alle testimonianze già raccolte e a materiali documentari) di approfondire la conoscenza dei percorsi di singoli partigiani, contattando famiglie, associazioni, singoli ricercatori locali a partire dagli elenchi nominativi estratti dai data base. L'attenzione era centrata non solo sulla esperienza partigiana, ma in modo più ampio sia sulle esperienze di vita precedenti, sia sul dopo per verificare come e quanto l'esperienza partigiana avesse influito sui destini di tante persone, sia per verificare come quell'esperienza si configurasse su un piano più generale come una componente attiva del rapporto nord-sud. La memorialistica riporta esiti molto interessanti sul dopo, esiti che se non potranno essere affrontati in modo sistematico, forniscono tuttavia elementi di conoscenza e di interpretazione utilissimi. Si intendeva così guardare all'Italia che esce dalla guerra da un'angolazione particolare che aggiungeva un elemento nuovo al molto che è stato scritto e detto in sede storiografica su come il rapporto nord-sud si sia configurato nella Repubblica italiana che nasce dal dramma della guerra e dalle vicende resistenziali.

Valutazioni e indicazioni di possibili sviluppi della ricerca

Valutazioni di metodo: la ricerca si è sviluppata per un anno secondo l'impostazione che era stata definita senza particolari difficoltà se non quella costituita dalla distanza fisica tra i due gruppi di lavoro.

L'attività del gruppo dei 7 ricercatori che hanno lavorato sui database è stata molto positiva grazie alla cura dedicata alla impostazione del lavoro nelle fasi iniziali, che ha comportato più riunioni, sia alla disponibilità dei ricercatori che hanno trovato la giusta modalità per lavorare insieme, discutere i problemi non facili che si sono presentati nel corso del lavoro di pulizia del file e trovare le soluzioni che pur nel non molto tempo disponibile hanno consentito di concludere le verifica dei campi luoghi e professioni. Il lavoro si è concluso con due relazioni, frutto della discussione tra ricercatori sul lavoro svolto e sui possibili sviluppi di ricerca.

Il lavoro dei 5 ricercatori attivi negli Istituti meridionali, che ovviamente ha avuto caratteristiche molto diverse, ha comportato la ricerca spesso non facile di contatti sul territorio, che hanno portato alla preparazione di un centinaio di biografie, di diverso peso a seconda del materiale rintracciato. Queste biografie sono state immesse nel database dedicato al Partigianato meridionale così che chi consulta il data base può disporre della biografia connessa con il nominativo individuato e consultare, oltre al profilo del partigiano, anche la documentazione che lo riguarda, dal documento scritto alla fotografia, alla testimonianza registrata. Questa potenzialità è data dal Sistema Archos elaborato da Istoreto ed ora in via di estensione a tutti gli Istituti collegati all'Istituto nazionale "Ferruccio Parri" (ex INSMLI). E' questo un percorso del tutto aperto, che può essere implementato con nuove acquisizioni.

Valutazioni finali

In linea di massima si può dire che i militanti di origine meridionale che ritroviamo nelle file della Resistenza piemontese appartengono a percorsi collettivi distinti.

Per la maggior parte sono militari che si trovano all'8 settembre 1943 a prestare servizio nel regio esercito in Piemonte nei vari presidi distribuiti nella regione o appartengono alle divisioni della IV Armata che sta rientrando in Piemonte proprio nelle giornate dell'armistizio ed è quindi in movimento tra la Francia meridionale e il Cuneese. La crisi delle forze armate sia di presidio, sia della IV armata è drammaticamente rapida. I soldati sbandati che provengono dalle province a sud della linea del fronte (la linea Gustav) non possono rientrare nelle loro case come tenteranno di fare i loro compagni che provengono dai territori a nord della linea del fronte. Queste circostanze fanno sì che una parte significativa di questi soldati venga catturata dai tedeschi e deportata nei campi di concentramento in Germania, dove vivranno l'esperienza di una prigionia senza diritti che i tedeschi riservano ai militari italiani catturati collocandoli nella ambigua e umiliante categoria "speciale" di Internati militari (gli IMI). Un'altra parte troverà asilo specialmente nelle campagne piemontesi, dove un certo numero di giovani meridionali finirà per sostituire le molte braccia che la guerra ha portato via ai lavori dei campi, mentre una parte più piccola troverà altre soluzioni lavorative nell'industria e in altre attività. Infine un numero significativo di giovani sarà coinvolto nello scontro politico militare e civile che si apre all'8 settembre. Tra questi alcuni risponderanno ai bandi della RSI, altri entreranno invece nelle formazioni della resistenza piemontese.

Per questi ultimi il tema della scelta è centrale e le varianti con cui essa si concretizza sono molteplici: in qualche caso si tratta di una scelta collettiva per lo più orientata dai propri comandanti; più spesso avviene attraverso percorsi singoli e/o di piccoli gruppi, che soprattutto nelle fasi iniziali scelgono la montagna perché appare lo spazio più sicuro per sfuggire alla cattura e per attendere l'evolvere degli eventi. Dopo la fase iniziale l'entrata nelle formazioni ha un andamento distribuito nel tempo fino al picco dell'estate 1944. E' questa la componente che lo strumento del data base consente di studiare più da vicino.

Una seconda componente di partigiani di origine meridionale è costituita da coloro che, nati nelle regioni del sud, erano giunti in Piemonte con i flussi migratori da sud a nord, flussi che non si fermano malgrado la legislazione fascista nel corso del ventennio cerchi di controllare e scoraggiare gli spostamenti interni di popolazione. La parte più giovane di questa componente (i nati negli anni Venti) presenta percorsi di entrata nelle formazioni partigiane del tutto simili a quelli dei piemontesi.

Una terza componente è costituita da immigrati di seconda generazione, quella di giovani, nati in famiglie di immigrati, che si sono inserite prima o durante gli anni Venti nel contesto piemontese soprattutto attraverso l'attività lavorativa, con una densità più evidente nelle aree industrializzate, come ad esempio il Torinese e il Biellese. Per questi l'origine meridionale emerge quando le vicende del singolo, o politiche o militari, la rendono "visibile". Si tratta di presenze quindi non avvicinabili con la strumentazione quantitativa. Le verifiche condotte per alcuni casi individuati ci portano a dire che anche in questo caso la scelta della resistenza avviene con modalità analoghe a quelle dei coetanei piemontesi.

Riassumendo si può dire che il passo compiuto con la costruzione della banca dati dedicata al partigianato meridionale presente nel territorio piemontese ci consente di uscire da un discorso generico, facile preda di cadute retoriche; ognuno di queste migliaia di nomi pone una domanda di attenzione, di riconoscimento rivolta non solo ai ricercatori ma a quanti, enti culturali, famiglie, singole persone sono interessate ai percorsi di questi giovani uomini che diventano partigiani. Il data base ci consente di avvicinare questo universo con una modalità "fredda", nel senso che ci dà la dimensione del fenomeno, la sua distribuzione, il rapporto con il territorio, con le componenti politiche che promuovono le formazioni, le "carriere" dei singoli partigiani, la loro provenienza sociale ecc: siamo così in grado di definire un profilo sociologico che trova il suo fondamento nella rilevanza statistica, nel dato quantitativo che quando si supera una certa soglia chiede di essere utilizzato per poter avvicinare ciò che nasce in una parte della società che compie un suo percorso rilevante per il numero delle persone coinvolte.

Dall'altro lato le biografie ci avvicinano invece alla realtà del singolo, alle sue scelte, al suo essere individuo distinto da tutti gli altri. In questo caso il ricordo, la memoria, l'elaborazione di ogni singola storia restituisce a ciascuno il valore di un'esperienza che spesso ne segna la vita per sempre, non solo per quelli che vita la perdono (e non sono pochi), ma anche per gli alti che poi devono costruire un rapporto tra ciò che hanno vissuto, l'eccezionale, e quello che chiamiamo quotidianità. L'intreccio dei due livelli ci porta ad avvicinare in modo esemplare la storia più generale, mettendo in gioco sia il suo portato di caso e necessità e insieme di volontà e quindi di scelta. Questo nodo, che produce una domanda di senso, ha nelle risposte di quei giovani, che venivano da lontano e agivano in un contesto estraneo, una valenza in sé molto forte. Tale, ad esempio da suscitare ancora oggi un potenziale interesse che può avvicinare un giovane alle questioni fondamentali che ogni generazione vive, ma alcune, come nel caso che abbiamo studiato, con più intensità di altre. Ciò che oggi conosciamo di più e meglio per il lavoro di ricerca e approfondimento che abbiamo compiuto ci può aiutare a guardare con rinnovato interesse quell'ieri da cui veniamo.

Il responsabile della ricerca
Prof. Claudio Dellavalle

La coordinatrice
Barbara Berruti